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13/10/2010

Alla destra piace la violenza. Sui minori



Questa mattina il mio amico Fabio mi ha inviato questa notizia pregandomi di farla girare. E io la faccio subito girare perché merita e ci racconta davvero parecchio del nostro bel paese.



VIOLENZA SESSUALE "LIEVE" AI MINORI:
ECCO I NOMI DEI SENATORI FIRMATARI

Si commenta da sé.
Si erano inventati un emendamento proprio carino.

Zitti, zitti nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l'emendamento 1.707, quello che introduceva il termine di "Violenza sessuale di lieve entità" nei confronti di minori.

Firmatari alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l'abolizione dell'obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se - appunto - di "minore entità".

Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale "di lieve entità" nei confronti di un bambino.

Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c'è stato il fuggi-fuggi, il "ma non lo sapevo", il "non avevo capito" uniti all'inevitabile berlusconiano "ci avete frainteso".

Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i frimatari dell'emendamento 1707.

sen. Maurizio Gasparri (Pdl)
sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania)                    
sen. Gaetano Quagliarello (Pdl)
sen. Roberto Centaro (Pdl)
sen. Filippo Berselli (Pdl)
sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania)
sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania)


TAG gasparri minori violenza sessuale lega destra

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Di Paolo Andruccioli il 13/10/2010 alle 09:24 | Non ci sono commenti

07/10/2010

Il treno Italo e la guerra degli ex

Di questi tempi se ne vedono di tutti i colori



prima ci dicono che il futuro del mondo sta nelle privatizzazioni, nel ritiro dello Stato dal campo di gioco e ovviamente nella concorrenza. Poi scopriamo che l'ad Marchionne vuole avere il monopolio assoluto e il consenso assoluto per investire ancora in Italia nel settore disastrato dell'automobile.

Poi scopriamo anche che la privatizzazione delle ferrovie e l'avvio di una fase di "sana" concorenza sui binari era tutta fuffa. Roba mediatica. Lo abbiamo capito dalle dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo che prima di buttarsi in politica sta cercando di fare affari con la sua Ntv che dovrebbe entrare in concorrenza con Rfi (le ferrovie) alla fine del prossimo anno. Dopo aver investito un miliardo di euro e promessa la creazione di duemila posti di lavoro, ora Montezemolo non riesce a far viaggiare i suoi treni sui binari di prova.

Siamo boicottati dalle ferrovie, dice Montezemolo, abituato alle piste superveloci della sua Ferrari. Secondo la sua ricostruzione, l'ad delle ferrovie, Mauro Moretti, cercherebbe in tutti i modi di mettere i bastoni tra le ruote (non in senso letterale si spera) del nuovo convoglio superveloce Italo. Le ferrovie avrebbero rallentato anche tutte le operazioni di certificazione e omologazione dei treni "privati"

Una vera guerra tra ex dunque. Luca Cordero, ex Confindustria. Mauro Moretti, ex Filt Cgil. Una guerra che potrebbe trasferirsi presto anche nelle aule di tribunale, visto che sono stati già chiesti i danni.

Nel frattempo i normali utenti del servizio, noi poveri cittadini pendolari, non possiamo chiedere i danni a nessuno. Rimaniamo sempre più spesso sulle banchine in attesa dei treni ad "alta frequentazione" in attesa di un isperato passaggio verso casa. Ma dagli altoparlanti risuona sempre più spesso quel..".il treno n. xy, oggi è stato soppresso"


TAG mauro moretti montezemolo treni ntv rfi alta velocità

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Di Paolo Andruccioli il 07/10/2010 alle 11:13 | Non ci sono commenti

21/09/2010

La finanza bianca

Vista la cronaca di queste ore, consiglio la lettura (rilettura) di una recensione di qualche anno fa di Sandro Magister per l'Espresso su un libro di Giancarlo Galli. A San Pietro c'era ancora Giovanni Paolo II. Il nuovo papa tedesco ha ereditato una situazione non facile e gli scoppia sotto mano lo scandalo finanziario quasi in concomitanza con la sua visita in Gran Bretagna, la patria della City



Il banchiere del papa racconta: "Ecco come ho risanato lo IOR"

Dopo quasi quindici anni di presidenza della banca vaticana, Angelo Caloia rompe il silenzio. Fa i nomi di amici e nemici. E accusa la finanza cattolica d'aver venduto l'anima per il potere 



di Sandro Magister





ROMA - Giovanni Paolo II non s'è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s'è arricchito. Ma lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati.

Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo IOR, Istituto per le Opere di Religione; l'APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno c'è un cardinale. Ma con un'avvertenza. Perché allo IOR, la banca vaticana, c'è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un'eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e quattro figli, il banchiere Angelo Caloia.

Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l'uno e l'altro autori di una doppia rivoluzione.

Anche nelle date Caloia e Ruini hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l'uno presidente dello IOR e l'altro presidente della conferenza episcopale all'inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi. Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto.

La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.

L'outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d'antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori, la stessa editrice dell'ultimo best seller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è "Finanza bianca" e si riferisce a quell'insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d'Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi finanziari laici caduti nelle loro mani o assediati.

Caloia è parte di questa finanza bianca, è da lì che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d'aver venduto l'anima per ottenerli, d'aver smarrito la sua "identità cristiana". La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una "Caporetto etica" dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo IOR. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, a far da baluardo di una finanza moralmente corretta.

* * *

Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva condotto pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello IOR regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce "facilone, pressapochista, mal consigliato", e un prelato italiano che è tra gli autori di quei cattivi consigli, Donato De Bonis. Lo IOR è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di stato dell'epoca, li tacita una volta per tutte versando 242 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario", sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis ma di quasi tutti i dirigenti vaticani.

Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Nel gruppo figurano intellettuali destinati a ruoli di peso: come il gesuita GianPaolo Salvini, futuro direttore della "Civiltà Cattolica", e Lorenzo Ornaghi, futuro rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della riscossa contro la finanza laica e il suo potentissimo nume Enrico Cuccia. A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario.

Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla CARIPLO, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c'è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. "Nemo propheta in patria", dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta. Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo IOR.

Non solo. Casaroli gli chiede di riscrivere gli statuti della banca vaticana. Caloia accetta e si mette al lavoro. È fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell'Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello IOR. A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente dell'Union de Banques Suisses, vicino all'Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. È lui il grande elettore di Caloia.

Ma alla macchina dello IOR resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato.

De Bonis si allea in Vaticano con l'allora presidente dell'APSA, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell'organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire a Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, un suo candidato, l'americano Virgil C. Dechant, dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia. Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo IOR faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l'APSA.

Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della banca federale di Germania, la Bundesbank, Hans Tietmeyer, e il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all'epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull'allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell'Opus Dei. A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze, Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoccano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell'appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz.

Nel 2000 Caloia è riconfermato presidente, e l'ultima parola a suo pro l'avrebbe detta Giovanni Paolo II: "Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane". Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello IOR a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all'inizio della gestione Caloia. Oggi sono "molti, molti di più".

Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più per cacciarlo. All'APSA c'è ora il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario il vescovo Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d'età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganò, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no Caloia presidente, il suo IOR, almeno questo, non passerà certo al nemico.

TAG finanza ior vaticano

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Di Paolo Andruccioli il 21/09/2010 alle 17:04 | Non ci sono commenti

21/06/2010

All'attacco delle statue del Risorgimento



Dal Pincio al Gianicolo. A Roma si sta consumando in questi giorni la caccia alle statue del Risorgimento. I vandali sono in azione per distruggere i monumenti, buttare giù statue, danneggiare pezzi di arte e di storia. Il primo atto vandalico si è verificato sabato 19 a Villa Borghese, nella notte. Poi ne sono seguiti altri 14 e tre eroi del Risorgimento sull'ottavo colle romano sono finiti nella polvere. Due, tra i quali quello del patriota Gaetano Sacchi, sono stati scaraventati sui sampietrini con tutto il piedistallo, estirpato invece dalla base il busto di Bartolomeo Filipperi e lasciato sui giardini di piazza Garibaldi, a pochi passi dall'ospedale Bambino Gesù.

Dopo l'intervento dei vigili urbani del I gruppo e dei funzionari della Sovrintendenza comunale, è stata la questura a prendere in carico i busti per un'analisi più approfondita dei danni.
 Il Comune è dovuto correre ai ripari. Si fa per dire. E se al Pincio già sono state installate le telecamere, il delegato del sindaco per la Sicurezza, Giorgio Ciardi, ora propone di posizionarle anche lungo la passeggiata del Gianicolo.


Nessuno si chiede però il senso di questi atti vandalici che non sembrano indirizzati a caso. È vero che nella capitale le statue risorgimentali sono tante e quindi - secondo il calcolo delle probabilità - più esposte di altre agli atti vandalici. Ma in questo caso sembra che i vandali siano andati a colpo sicuro. Hanno mirato. Anche gli eroi del Risorgimento sono dunque sotto tiro. Che avesse ragione lo storico Lucio Villari, secondo il quale l'Italia di destra, di centro, ma anche di sinistra non ha mai voluto valorizzare il Risorgimento, periodo scomodo per molti. Per la Chiesa cattolica il Risorgimento è stato visto come una rivoluzione contro il potere e i possedimenti della Chiesa medesima. Per la destra il Risorgimento non esiste, perché il riferimento vero è ancora il nazionalismo fascista. Per la sinistra? Dolenti note. Il Risorgimento è stato visto per tanti anni come una "rivoluzione passiva", una rivoluzione incompiuta, comunque una rivoluzione senza classi subalterne, senza operai e contadini. Solo Antonio Gramsci intuì perfettamente l'importanza del Risorgimento italiano.

Chissà se i vandali in azione abbiano in mente tutte queste cose. Magari ci sforziamo di capire e invece potrebbero essere stati solo dei gesti barbari casuali. Potrebbero, ma non è detto in una Italia stretta tra i secessionismi della Lega e il ritorno di ideologie da Stato Pontificio


(nella foto uno stivale di Garibaldi)



TAG arte vandali risorgimento italia

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Di Paolo Andruccioli il 21/06/2010 alle 12:26 | Non ci sono commenti

20/05/2010

Perché paghiamo le tasse



Prendiamo spunto dall'ottimo libro di George Lakoff, "Non pensare all'elefante", dove a un certo punto, dopo aver criticato la sinistra e i democratici americani che fino a qualche anno fa non facevano altro che rincorrere i conservatori, (prima di Obama), si sostiene che sui grandi temi per essere credibili dobbiamo essere diversi dagli alri, essere in grado di proporre ai cittadini dei valori condivisi. Ecco un brano sulle TASSE, uno degli argomenti più SCOTTANTI


"Pagare le tasse significa fare il proprio dovere, versare la quota di iscrizione per vivere negli Stati Uniti. Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagare la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo di baseball. E qualcuno deve pulirlo. Forse non usiamo il campo da squash, ma comunque dobbiamo pagare la nostra parte. Altrimenti nessuno farà la manutenzione e il circolo andrà in rovina. Quelli che evadono le tasse, come le società che si trasferiscono alle Bermuda, non pagano quello che devono al loro paese. Chi paga le tasse è un PATRIOTA. Chi le evade e manda in rovina il suo paese è un TRADITORE (il maiuscolo è nostro).

Forse Bill Gates senior l'ha espresso nel modo migliore. Insistendo perché fosse mantenuta la TASSA DI SUCCESSIONE, ha osservato che lui e suo figlio non hanno inventato internet. L'hanno solo usata. Per fare miliardi. Non esistono gli uomini che si fanno da sé: per arricchirsi ogni uomo d'affari americano ha usato le infrastrutture pagate dai contribuenti. Non ha fatto i soldi da solo. Si è arricchito con i mezzi che gli altri contribuenti gli hanno fornito: il sistema bancario, la Federal Reserve, il dipartimento del Tesoro e quello del Commercio, e il sistema giudiziario, che in nove casi su dieci è impegnato a dirimere i problemi delle aziende. I contribuenti finanziano le aziende e i loro ricchi investitori. 

Non esistono uomini che si sono fatti da soli! I ricchi sono diventati tali usando quello per cui i contribuenti avevano pagato. Devono molto ai contribuenti di questo paese e dovrebbero ripagarli per questo"



Cosa aggiungere? Fate voi

TAG tasse stato contratto sociale destra e sinistra credibilità messaggi politici

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Di Paolo Andruccioli il 20/05/2010 alle 10:13 | Non ci sono commenti

23/03/2010

Class action dei lavoratori di Ground Zero



Ancora una notizia dalla rassegna stampa di Rsi, Responsabilità sociale d'impresa



Un giudice federale della Corte distrettuale di Manhattan, Alvin K. Hellerstein, ha bocciato il patteggiamento, sottoscritto l’11 marzo, dal municipio di New York e dai legali di circa diecimila persone che hanno lavorato tra le macerie delle torri gemelle, a Ground Zero, contraendo malattie respiratorie e restando vittime di tumori. La class action intentata dai lavoratori denunciava le scarse protezioni di cui hanno goduto, contro l’inspirazione di amianto ed altre sostanze tossiche.

Il patteggiamento prevedeva il pagamento da parte della città di New York di 657 milioni di dollari. Troppo pochi, secondo il giudice, anche perché circa un terzo servirebbero a pagare le parcelle degli avvocati dei querelanti, che, invece, dovrebbero essere messe a carico della compagnia d’assicurazioni, che si fa carico delle spese legali dei legali della città di New York.

Secondo il giudice, inoltre, alcuni aspetti del patteggiamento sono troppo complicati e i querelanti non sono in grado di assumere una decisione consapevole, nel decidere se accettarle o no.

Come riferisce il New York Times, il giudice ha deciso che sono necessarie ulteriori negoziazioni tra le parti, che dovranno avvenire sotto la sua supervisione, “per trovare una soluzione migliore e più equa. Io non presiederò una soluzione basata sulla paura o sull’ignoranza”.


TAG giudici 11 settembre ground zero malattie class action operai

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Di Paolo Andruccioli il 23/03/2010 alle 14:51 | Non ci sono commenti

25/02/2010

Il Sole24 ore ha paura dello sciopero in Grecia




“Ad Atene la piazza non è più agorà”, è il titolo di un commento non firmato apparso oggi, 25 febbraio, sul Sole 24 ore a proposito dello sciopero in Grecia. Il commento inizia bene, ma finisce male, molto male. Comincia dicendo che ci sono quattro punti di deficit da tagliare e 30 mila persone in piazza. “Due cifre per dire che cosa sia oggi la Grecia sull’orlo del crack”. Piazze bloccate dallo sciopero generale ad Atene e Salonicco, stop ai treni e traghetti, aerei e aliscafi. Insomma la promessa dei sindacati è stata mantenuta.

Ma non è tanto questo il punto su cui mi vorrei soffermare. Il punto è un altro e ce lo spiega subito dopo lo stesso commentatore anonimo (il direttore del Sole?). “La promessa dei sindacati – bloccare – è stata mantenuta, la prova di forza portata a termine. Tutto questo a un sapore di antico. Il riflesso identitario e muscolare della piazza, il misurare gli uomini per metri quadri, la capacità di esserci e rispondere è stata la strategia che i sindacati hanno seguito nel secolo passato. In un’era in cui le trincee di un conflitto sociale a somma zero erano facili da leggere come bianco e nero, evidente chi vinceva e a danno di chi….”

Ora, sempre per il commentatore del giornale della Confindustria, tutto è cambiato. Il secolo breve è alle nostre spalle, il conflitto è superato e comunque non è più in bianco e nero. Ora è difficile (ma davvero?) capire chi vince e chi perde. Insomma la conclusione del commentatore è sconfortante. È inutile agitarsi, è inutile – anzi dannoso lottare e scioperare – perché siamo tutti sulla stessa barca (ma quale? gli yacht dei ricchi?)

“I sindacati greci sanno, si spera – continua il commento – che ad Atene e dintorni ormai o si vince tutti o si perde tutti. Come a Madrid o a Lisbona”. Non è in discussione il ceto politico, quello sarà giudicato dalle urne elettorali. “Ora però – è il brillante suggerimento – occorre evitare l’effetto contagio. Non del debito da paese a paese, ma del crack dal palazzo alla piazza”.

Dunque il problema non è il contagio del debito, né quello degli effetti perversi di una crisi finanziaria che non è stata certo determinata dai lavoratori greci, ma neppure da quelli americani. Il problema vero, la malattia che dobbiamo subito stroncare sul nascere è quella del conflitto, dello sciopero, della battaglia in difesa dei posti di lavoro. Una visione davvero moderna della storia, ma ci si scuserà la cattiveria, una visione legata anch’essa al passato. Un commento da fine secolo, non da nuovo secolo avviato già da qualche annetto.

Il problema, per questo commentatore è arginare le proteste, non rispondere alle cause della crisi. Il problema di trovare i soldi (pubblici) per pagare le obbligazioni pubbliche emesse per pagare le banche (private) che rischiavano e rischiano il crack non sfiora neppure la mente del nostro, che reagisce invece come un toro quando si cominciano a vedere bandiere rosse in piazza.

I lavoratori sono usati e beffati. Da una parte li si indica come i possibili agenti del contagio. Dagli untore, quando poi gli untori, quelli veri, si lasciano liberi di speculare sulle piazze finanziarie mondiali con i loro future e derivati vari. Dall’altra, in Italia, li si usa – i lavoratori - come baluardo, come scudo giudiziario. Lo ha fatto per esempio Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb ed ex uomo di punta della Confindustria, che reagendo alle accuse di questi giorni ha detto che lo scandalo è dovuto solo a due mele marce e che la sua azienda è sana. Poi, facendosi appunto scudo dei lavoratori, Parisi ha detto: stiamo attenti con le accuse, qui ci sono in gioco 3500 posti di lavoro. Il danno e la beffa.



TAG europa fastweb crisi sciopero in grecia sole 24ore stefano parisi

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Di Paolo Andruccioli il 25/02/2010 alle 11:05 | Non ci sono commenti

15/02/2010

Floris, Ballarò sulla neve



Ieri sera ho seguito la trasmissione di Fazio, Che tempo che fa. Gli invitati, come al solito, erano numerosi e importanti, Hugh Grant compreso. Tra i protagonisti della serata anche il giornalista Giovanni Floris, conduttore di Ballarò. Fazio lo ha invitato per fargli spiegare le nuove regole sulle trasmissioni politiche che il governo Berlusconi sta cercando di far passare, o meglio di imporre. E Floris, giustamente, ha fatto il suo mestiere: ha criticato l'impostazione del governo, ha letto qualche dettaglio delle nuove regole, ha parlato di bavaglio all'informazione politica, di restringimenti degli spazi democratici, di volontà di imporre un pensiero unico. Insomma tutte cose di grande spessore e di grande portata politica, culturale e perfino etica. Poi però - ad un certo punto - il conduttore Floris, forse non abituato a stare dalla parte dell'intervistato, è scivolato su qualche osservazione fuori misura. Qualche battuta - come si dice in gergo - leggermente sopra le righe. [continua]

TAG ballarò. norme tv informazione politica che tempo che fa giovanni floris fazio

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Di Paolo Andruccioli il 15/02/2010 alle 10:12 | C'e' un commento

19/01/2010

Ci piace ancora il Quarto Stato?



Gli aderenti all'Orsa, l'organizzazione sindacale dei macchinisti delle Fs, che provengono direttamente dai Cobas e molti di loro dalla Cgil, hanno preparato una cartolina da far firmare ai cittadini e recapitare al Presidente Napolitano. Il tema è la difesa del diritto di sciopero, che secondo i promotori dell'iniziativa sarebbe fortemente messo in discussione, soprattutto nei settori dei servizi e dei trasporti in particolare. Si passa da un eccesso di conflittualità a una normalizzazione quasi totale. L'Orsa come immagine per la sua cartolina ha scelto il famosissimo quadro "Il Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo.

Qualche giorno fa ero con un gruppetto di amici di vecchia data. Uno di loro ci ha consegnato queste cartoline per firmarle. Ma non è tanto questo che mi ha colpito quanto le reazioni "estetiche" e politiche di questi amici. Uno ha detto: "Ancora con il Quarto Stato!?!". Un'altra ha replicato: "Beh, a me questa cartolina piace perché almeno non è funerea come è nello stile di questi sindacatini minoritari". Sono entrambe reazioni degne di nota. [continua]

TAG movimento operaio classe operaia quarto stato pellizza da volpedo pittura estetica

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Di Paolo Andruccioli il 19/01/2010 alle 11:39 | C'e' un commento

08/01/2010

Scudo Usa e scudo Italy, scopri le differenze



Rilancio con questo post un articolo di Andrea Moro apparso il 3 gennaio sul sito

www.noisefromamerika.org

DELLA SERIE. SCUDO USA E SCUDO MADE IN ITALY: SCOPRITE LE DIFFERENZE.


In questi giorni la stampa sta dando gran risalto alle dichiarazioni di Tremonti & Co. sul successo del cosiddetto "Scudo Fiscale", il provvedimento che condona le violazioni della legge sulla dichiarazione del possesso di capitali all'estero e che è stata recentemente prorogata...

Tremonti continua a ricordare che provvedimenti simili allo scudo sono stati intrapresi in vari paesi, per cui il clamore intorno allo 'scudo' italiano sarebbe fuori luogo. Effettivamente, proprio quest'anno negli Stati Uniti l'IRS (l'equivalente della agenzia delle entrate), ha intrapreso un programma simile. Ecco, in sintesi, le differenze. [continua]

TAG tasse usa tremonti scudo fiscale

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Di Paolo Andruccioli il 08/01/2010 alle 10:36 | Non ci sono commenti

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