21/10/2010
Due notizie
Vorrei condividere con voi due notizie che ho appena letto. Una l'ho trovata sul sito di rassegna, la seconda su quello di repubblica
ECCO LA PRIMA
Lavoro
Due disoccupati tentano il suicidio a Cagliari e Palermo
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In Sicilia un uomo di 31 anni minaccia di gettarsi da un ponte, poi i carabinieri e i vigili del fuoco lo fanno scendere. Tensione anche in Sardegna, dove un operaio senza stipendio da mesi tenta di lanciarsi dalla finestra: fermato all'ultimo momento
di rassegna.it
Un disoccupato di 31 anni è salito sul muretto del ponte sul fiume di via Oreto, a Palermo minacciando il suicidio. Sul luogo è stato richiesto l'intervento dei vigili del fuoco, mentre i militari del Nucleo Radiomobile tentavano di far desistere l'uomo. L'uomo era salito sul ponte in preda a una crisi legata a problemi di natura lavorativa: è disoccupato e non riesce a trovare lavoro. Dopo un fitto dialogo i militari sono riusciti a far desistere il giovane dai suoi propositi.
Tensione anche a Cagliari, dove una cinquantina di lavoratori della Geas, ditta d’appalto del gruppo Mazzoni che opera nelle ferrovie, ha occupato gli uffici del direttore regionale di Trenitalia Sandro Tola in via Roma. Quattro di loro hanno poi raggiunto il terrazzo della stazione e sono ancora lì: non scenderanno, dicono, fino a quando non avranno risposte sugli stipendi arretrati. La situazione d'incertezza va avanti da mesi, con la ditta d’appalto (104 lavoratori in tutta la Sardegna) e Trenitalia, che si rimpallano le responsabilità dei mancati pagamenti.
Uno degli operai che hanno occupato la direzione, riferisce l'Ansa, preso dalla disperazione ha aperto la finestra della stanza del direttore e ha cercato di lanciarsi nel vuoto, salvato all'ultimo momento da un poliziotto della Polfer che lo ha afferrato. Ora è ricoverato in stato di choc in ospedale. "È un dramma della disperazione - ha spiegato il segretario provinciale della Filt, Sandro Bianco - di recente ha ricevuto l'ingiunzione di sfratto perché non ha i soldi per pagarsi l'affitto. Ora il pericolo della disoccupazione. Non ha retto ed è crollato, la situazione per questi lavoratori sembra senza uscita, bisogna intervenire".
ECCO LA SECONDA
Un reggiseno da 2 milioni di dollari per Adriana Lima
Tremila diamanti, zaffiri, topazi e oro bianco: valore totale, 2 milioni di dollari. E in più, la bellezza della top model brasiliana: è il nuovo reggiseno, presumibilmente non in vendita nei negozi, presentato da Victoria's Secret a New York

Nella foto: la top model Adriana Lima
Difficile trovare commenti all'altezza di queste due notizie comparate
Di Paolo Andruccioli il 21/10/2010 alle 11:02 | Non ci sono commenti
13/10/2010
Alla destra piace la violenza. Sui minori

Questa mattina il mio amico Fabio mi ha inviato questa notizia pregandomi di farla girare. E io la faccio subito girare perché merita e ci racconta davvero parecchio del nostro bel paese.
VIOLENZA SESSUALE "LIEVE" AI MINORI:
ECCO I NOMI DEI SENATORI FIRMATARI
Si commenta da sé.
Si erano inventati un emendamento proprio carino.
Zitti, zitti nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l'emendamento 1.707, quello che introduceva il termine di "Violenza sessuale di lieve entità" nei confronti di minori.
Firmatari alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l'abolizione dell'obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se - appunto - di "minore entità".
Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale "di lieve entità" nei confronti di un bambino.
Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c'è stato il fuggi-fuggi, il "ma non lo sapevo", il "non avevo capito" uniti all'inevitabile berlusconiano "ci avete frainteso".
Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i frimatari dell'emendamento 1707.
sen. Maurizio Gasparri (Pdl)
sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania)

sen. Gaetano Quagliarello (Pdl)
sen. Roberto Centaro (Pdl)
sen. Filippo Berselli (Pdl)
sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania)
sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania)
Di Paolo Andruccioli il 13/10/2010 alle 09:24 | Non ci sono commenti
07/10/2010
De Niro salvaci dall'eolico


Sulla mia posta elettronica, questa mattina, ho ricevuto questa mail che vorrei socializzare con voi. La domanda che mi ha suscitato è la seguente : siamo contro anche alle energie alternative? Oppure siamo a favore dell’eolico, ma non ci va di avere quelle orrende pale sulle nostre terre? L’eolico va bene solo se sta da un’altra parte?
Non voglio fare l’aristrocratico o peggio il radical chic, ma mi chiedo: come dobbiamo intendere La SOSTENIBILITA’ e la nostra RESPONSABILITA’ per le generazioni future visto che proprio la sostenibilità ambientale diventa sempre più un problema anche dal punto di vista della gestione del territorio e dell'estetica del paesaggio, proprio mentre il governo tenta di rilanciare il nucleare. È anche ovvio che a nessuno piacerebbe avere una casa con un traliccio o una pala eolica di fronte (anche se non sono per niente la stessa cosa). Insomma il problema è maledettamente serio e in questo caso non possiamo dire: ai posteri l’ardua sentenza
La mail in questione mi è pervenuta dall’indirizzo: info@forchecaudine.it
Un cartello di settanta associazioni si rivolge all’attore contro l’invasione eolica:
il rischio di 5mila pale nei 4mila chilometri quadrati della più piccola regione del Sud
Appello a Robert De Niro:
salva il “tuo” Molise
ROMA – Un disperato appello a Robert De Niro, il più illustre “emigrato” d’origine molisana, perché intervenga a favore della “sua” terra. In ballo c’è il rischio di una vera e propria devastazione del territorio molisano a causa dell’installazione di 5mila pale eoliche, alte da 120 a 140 metri, nei 4mila metri quadrati della regione. Non verrebbero risparmiati siti archeologici, paesaggistici e storici.
A rivolgersi direttamente al celebre attore, che tra l’altro è iscritto alle liste elettorali italiane proprio nella molisana Ferrazzano, paese d’origine, è un cartello di settanta associazioni. In testa quelle delle emigrati sparsi per il mondo, con il sostegno del vescovo di Campobasso, Giancarlo Maria Bregantini (ex locride), preoccupate per il rischio che il piccolo e incontaminato Molise, con novanta aree tra Zone di protezione speciale (Zps) e Siti di interesse comunitario (Sic), si ritrovi un palo ogni 1,3 chilometri quadrati. Un primato poco invidiabile. Anche perché il Molise ha già dato: soltanto tra il 2008 e il 2009 ha avuto un tasso di crescita del settore eolico del 45%, dati Nomisma Energia. E con l’ultima legge regionale, che ha annullato i limiti di pali installabili sul territorio e cancellati i divieti di parchi eolici off-shore, l’invito ai progetti delle multinazionali è palese.
“Sull’utilità dell’eolico possiamo discutere – sottolinea Gabriele Di Nucci, segretario dell’associazione “Forche Caudine”, lo storico circolo dei 43mila molisani a Roma. ”Ma è inaccettabile che i territori del Sud, e del Molise in particolare, debbano rappresentare la concentrazione degli appetiti, l’habitat ideale per decine di società, non sempre immacolate, pronte a realizzare impianti che andrebbero ad inficiare la sorte di tesori archeologici come Pietrabbondante e Sepino o delle centinaia di borghi medievali che caratterizzano lo sconosciuto Molise. A rischio c’è più della metà dei Comuni della regione”.
“Abbiamo già incontrato De Niro nelle sue trasferte a Roma – continua Di Nucci. “E’ noto il suo impegno sociale, nonché la sua vicinanza all’Italia e alla sua terra d’origine, che ha visitato da bambino, condotto dal padre. Non vorremmo certo condurlo in un immenso parco eolico”.

Di Paolo Andruccioli il 07/10/2010 alle 12:47 | Non ci sono commenti
21/09/2010
La finanza bianca
Vista la cronaca di queste ore, consiglio la lettura (rilettura) di una recensione di qualche anno fa di Sandro Magister per l'Espresso su un libro di Giancarlo Galli. A San Pietro c'era ancora Giovanni Paolo II. Il nuovo papa tedesco ha ereditato una situazione non facile e gli scoppia sotto mano lo scandalo finanziario quasi in concomitanza con la sua visita in Gran Bretagna, la patria della CityIl banchiere del papa racconta: "Ecco come ho risanato lo IOR"
Dopo quasi quindici anni di presidenza della banca vaticana, Angelo Caloia rompe il silenzio. Fa i nomi di amici e nemici. E accusa la finanza cattolica d'aver venduto l'anima per il potere
di Sandro Magister
ROMA - Giovanni Paolo II non s'è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s'è arricchito. Ma lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati.
Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo IOR, Istituto per le Opere di Religione; l'APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno c'è un cardinale. Ma con un'avvertenza. Perché allo IOR, la banca vaticana, c'è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un'eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e quattro figli, il banchiere Angelo Caloia.
Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l'uno e l'altro autori di una doppia rivoluzione.
Anche nelle date Caloia e Ruini hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l'uno presidente dello IOR e l'altro presidente della conferenza episcopale all'inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi. Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto.
La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.
L'outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d'antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori, la stessa editrice dell'ultimo best seller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è "Finanza bianca" e si riferisce a quell'insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d'Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi finanziari laici caduti nelle loro mani o assediati.
Caloia è parte di questa finanza bianca, è da lì che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d'aver venduto l'anima per ottenerli, d'aver smarrito la sua "identità cristiana". La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una "Caporetto etica" dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo IOR. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, a far da baluardo di una finanza moralmente corretta.
* * *
Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva condotto pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello IOR regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce "facilone, pressapochista, mal consigliato", e un prelato italiano che è tra gli autori di quei cattivi consigli, Donato De Bonis. Lo IOR è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di stato dell'epoca, li tacita una volta per tutte versando 242 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario", sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis ma di quasi tutti i dirigenti vaticani.
Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Nel gruppo figurano intellettuali destinati a ruoli di peso: come il gesuita GianPaolo Salvini, futuro direttore della "Civiltà Cattolica", e Lorenzo Ornaghi, futuro rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della riscossa contro la finanza laica e il suo potentissimo nume Enrico Cuccia. A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario.
Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla CARIPLO, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c'è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. "Nemo propheta in patria", dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta. Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo IOR.
Non solo. Casaroli gli chiede di riscrivere gli statuti della banca vaticana. Caloia accetta e si mette al lavoro. È fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell'Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello IOR. A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente dell'Union de Banques Suisses, vicino all'Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. È lui il grande elettore di Caloia.
Ma alla macchina dello IOR resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato.
De Bonis si allea in Vaticano con l'allora presidente dell'APSA, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell'organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire a Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, un suo candidato, l'americano Virgil C. Dechant, dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia. Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo IOR faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l'APSA.
Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della banca federale di Germania, la Bundesbank, Hans Tietmeyer, e il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all'epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull'allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell'Opus Dei. A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze, Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoccano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell'appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz.
Nel 2000 Caloia è riconfermato presidente, e l'ultima parola a suo pro l'avrebbe detta Giovanni Paolo II: "Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane". Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello IOR a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all'inizio della gestione Caloia. Oggi sono "molti, molti di più".
Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più per cacciarlo. All'APSA c'è ora il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario il vescovo Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d'età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganò, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no Caloia presidente, il suo IOR, almeno questo, non passerà certo al nemico.
Di Paolo Andruccioli il 21/09/2010 alle 17:04 | Non ci sono commenti
20/05/2010
Perché paghiamo le tasse

Prendiamo spunto dall'ottimo libro di George Lakoff, "Non pensare all'elefante", dove a un certo punto, dopo aver criticato la sinistra e i democratici americani che fino a qualche anno fa non facevano altro che rincorrere i conservatori, (prima di Obama), si sostiene che sui grandi temi per essere credibili dobbiamo essere diversi dagli alri, essere in grado di proporre ai cittadini dei valori condivisi. Ecco un brano sulle TASSE, uno degli argomenti più SCOTTANTI
"Pagare le tasse significa fare il proprio dovere, versare la quota di iscrizione per vivere negli Stati Uniti. Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagare la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo di baseball. E qualcuno deve pulirlo. Forse non usiamo il campo da squash, ma comunque dobbiamo pagare la nostra parte. Altrimenti nessuno farà la manutenzione e il circolo andrà in rovina. Quelli che evadono le tasse, come le società che si trasferiscono alle Bermuda, non pagano quello che devono al loro paese. Chi paga le tasse è un PATRIOTA. Chi le evade e manda in rovina il suo paese è un TRADITORE (il maiuscolo è nostro).
Forse Bill Gates senior l'ha espresso nel modo migliore. Insistendo perché fosse mantenuta la TASSA DI SUCCESSIONE, ha osservato che lui e suo figlio non hanno inventato internet. L'hanno solo usata. Per fare miliardi. Non esistono gli uomini che si fanno da sé: per arricchirsi ogni uomo d'affari americano ha usato le infrastrutture pagate dai contribuenti. Non ha fatto i soldi da solo. Si è arricchito con i mezzi che gli altri contribuenti gli hanno fornito: il sistema bancario, la Federal Reserve, il dipartimento del Tesoro e quello del Commercio, e il sistema giudiziario, che in nove casi su dieci è impegnato a dirimere i problemi delle aziende. I contribuenti finanziano le aziende e i loro ricchi investitori.
Non esistono uomini che si sono fatti da soli! I ricchi sono diventati tali usando quello per cui i contribuenti avevano pagato. Devono molto ai contribuenti di questo paese e dovrebbero ripagarli per questo"
Cosa aggiungere? Fate voi
Di Paolo Andruccioli il 20/05/2010 alle 10:13 | Non ci sono commenti
23/03/2010
Non investite nel Grupo Mexico

Riprendiamo questa notizia dalla rassegna stampa settimanale di Rsi, Responsabilità sociale d'impresa.
Due federazioni internazionali dei sindacati – l’International Federation of Chemical, Energy, Mining and General Workers' Unions (ICEM) e l’International Metalworkers Federation (IMF) – e le loro affiliate in Norvegia hanno chiesto al fondo pensione governativo norvegese di disinvestire dalla compagnia mineraria Grupo Mexico, che opera in Messico, Perù e Stati Uniti, accusata di sistematiche violazione dei diritti umani, dei diritti sindacali, delle misure a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, e di gravi danni all’ambiente.
“Le pratiche illegali di Grupo Mexico, sostenute purtroppo da un governo messicano corrotto”, ha detto il segretario generale dell’IMF, Jryki Raina, costituiscono una sistematica violazione dei principi del Global Compact dell’Onu e delle linee guida dell’Ocse, il che, secondo i sindacati, dovrebbe essere già di per sé sufficiente a giustificare il disinvestimento del fondo pensione governativo norvegese dalla compagnia mineraria, per incompatibilità con i suoi principi etici.
Nel 2009, la società di rating etico Covalence ha classificato Grupo Mexico al 573° su 581 compagnie multinazionali.
Di Paolo Andruccioli il 23/03/2010 alle 14:42 | Non ci sono commenti
29/01/2010
A 45 anni non servi più
Misteri del capitalismo. Prima ti dicono che devi lavorare di più: fino a 60, 65, 70 anni perché le pensioni costano troppo e non possiamo pesare solo sui giovani (che sono pochi). Poi ti dicono che l'età, per la forma fisica, non conta, visto che ci sono degli splendidi cinquantenni che ne dimostrano 30 (al massimo 35). Poi dicono che la medicina continua a farci aumentare la speranza di vita e che bisogna rimanere sempre attivi. Poi ti dicono che sono gli anziani a rubare il lavoro ai più giovani (visto che si è dimostrato che gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani, ma rubano solo, come ci ha spiegato il Cavaliere). Vecchi contro giovani, pensioni da tagliare per dare soldi ai giovani che devono uscire di casa obbligatoriamente come dice il giovane Brunetta. Infine si scopre la realtà dei fatti. Quella del mercato del lavoro. Ora conterebbe solo l'età. E per quest'anno sono previste assunzioni in azienda (almeno per le grandi aziende) solo per figure professionali con un'età compresa tra 25 e 34 anni.
[continua]
Di Paolo Andruccioli il 29/01/2010 alle 11:01 | Non ci sono commenti
19/01/2010
Ci piace ancora il Quarto Stato?

Gli aderenti all'Orsa, l'organizzazione sindacale dei macchinisti delle Fs, che provengono direttamente dai Cobas e molti di loro dalla Cgil, hanno preparato una cartolina da far firmare ai cittadini e recapitare al Presidente Napolitano. Il tema è la difesa del diritto di sciopero, che secondo i promotori dell'iniziativa sarebbe fortemente messo in discussione, soprattutto nei settori dei servizi e dei trasporti in particolare. Si passa da un eccesso di conflittualità a una normalizzazione quasi totale. L'Orsa come immagine per la sua cartolina ha scelto il famosissimo quadro "Il Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo.
Qualche giorno fa ero con un gruppetto di amici di vecchia data. Uno di loro ci ha consegnato queste cartoline per firmarle. Ma non è tanto questo che mi ha colpito quanto le reazioni "estetiche" e politiche di questi amici. Uno ha detto: "Ancora con il Quarto Stato!?!". Un'altra ha replicato: "Beh, a me questa cartolina piace perché almeno non è funerea come è nello stile di questi sindacatini minoritari". Sono entrambe reazioni degne di nota. [continua]
Di Paolo Andruccioli il 19/01/2010 alle 11:39 | C'e' un commento
10/12/2009
La carovana dei movimenti a Copenhagen

A Copenaghen chiediamo un atto coraggioso: invertire la rotta .
Non ci si può limitare alle pur necessarie percentuali di taglio delle emissioni in un tempo determinato, ma deve andare oltre considerando le questioni altrettanto importanti della deforestazione, dell'agricoltura sostenibile e delle economie locali. Come Fair crediamo che non possa essere sostenibile un accordo che non considera gli sbilanciamenti e i fallimenti di un'economia di mercato spinta a globalizzarsi sempre più, secondo la logica perversa per cui il mercato sarebbe la risposta a qualsiasi problema. La crisi economico finanziaria di questi ultimi anni, caratterizzata da un aumento esponenziale dei prezzi delle materie prime agricole e del petrolio, ha dimostrato come un'economia di esportazione e dipendente dai mercati globali sia nei fatti ingiusta e sperequativa. A questo va aggiunto l'impatto ambientale di una produzione altamente energivora ed utilizzatrice di derivati del petrolio come pesticidi e fertilizzanti chimici, per trasformare la terra in una vera e propria industria di cibo destinato a mercati lontani. Persino l'ultimo rapporto 2009 firmato Unep e Wto indicano come l'incremento dei commerci internazionali sia di per se causa dell'aumento delle emissioni di gas serra, così come la ricerca ossessiva di nuove terre da coltivare, anche attraverso il nuovo fenomeno del land grabbing che rischia di depredare ulteriormente Paesi già fortemente colpiti dalla recessione e dalla crisi. Paesi, come quelli africani, che sono già le prime vittime di un cambiamento climatico che si presenta con il volto della desertificazione e dell'erosione dei suoli. Secondo il rapporto Wto-Unep l’agricoltura sarà uno dei settori maggiormente colpiti. In molte regioni a basse latitudini, dove si trovano molti Paesi in via di sviluppo, è stata prevista una diminuzione della produttività dei raccolti attorno al 5-10% in seguito ad un aumento della temperatura media di 1°C. Un aumento ulteriore determinarebbe in diversi Paesi africani il crollo della produzione agricola fino al 50% entro il 2020, con risorse che derivano dall’agricoltura che rischiano di crollare del 90% entro il 2100.
Arriva la Carovana dei movimenti sociali
Da Ginevra a Copenhagen per dire che il mondo non è in vendita. Oltre 60 attivisti della Rete Our World Is Not For Sale (OWINSF) provenienti dalla ministeriale Wto di Ginevra, conclusasi con un nulla di fatto lo scorso 3 dicembre, sono arrivati oggi alle 19 al KlimaForum di Copenhagen dopo migliaia di chilometri di strada. Accolti da decine di partecipanti al Summit alternativo, la carovana formata da europei, statunitensi, ma anche rappresentati dei movimenti indigeni di Colombia, Ecuador, dei pescatori indiani, dei contadini bengalesi, de La Via Campesina sono la testimonianza vivente di come le questioni del commercio internazionale e della Wto siano strettamente connesse con il cambiamento climatico. Perché, per dirla con le parole della Rete OWINSF “Cambiate il commercio, non cambiate il clima”.
I movimenti sociali indiani al loro Governo: è ora di cambiare strada Con un documento firmato da quasi 200 organizzazioni, i movimenti sociali indiani hanno condannato la posizione del Governo di Manmohan Singh, presente alla Conferenza delle Parti di Copenhagen, che sottolinea come le emissioni indiane procapite siano basse elemento che escluderebbe l'India da maggiori impegni per l'abbattimento delle emissioni. Le realtà della società civile denunciano i dati delle basse emissioni procapite come conseguenza dei centinaia di milioni di poveri che non hanno diritto ad una vita degna, mentre le minoritarie élite indiane in realtà già avrebbero emissioni procapite molto simili a quelle europee. Per le 200 realtà firmatarie è quindi necessario ripensare la politica energetica del Paese, e questo non può essere fatto senza mettere mano alle profonde disuguaglianze che lo lacerano. Ed obbligando le élite indiane, come quelle mondiali, a cambiare stile di vita. Le soluzioni non possono essere basate sulle tecnologie, ma bisogna trovare tecnologie basate su soluzioni condivise, come per esempio la produzione decentralizzata di energia sostenibile, l'esclusione dell'opzione nucleare e la libera circolazione delle idee, contro le normeTRIPS della Wto, che proteggono la proprietà intellettuale ed i brevetti a discapito dei diritti umani. Esattamente come per i farmaci, anche per il cambiamento climatico la lotta per mettere idee e progetti a disposizione di tutti sarà lunga e faticosa.
Giallo sulla presidenza danese: negoziati sotto banco?
È giallo sulla bozza di accordo che sarebbe stato discusso a porte chiuse tra alcuni negoziatori non ben identificati, ma riferibili ad alcune delegazioni di Paesi industrializzati, tra cui gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la Danimarca. La bozza di dichiarazione finale, che ha cominciato a girare stamattina in via informale arrivando persino ad occupare le pagine del quotidiano londinese Guardian, ricorda i documenti discussi e decisi nelle green room dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, incontri informali basati sulla chiamata ad personam (e quindi ben poco trasparenti) con i quali nei fatti si svuota l'Organizzazione della sua democraticità e trasparenza. Ma se alla Wto queste pratiche sono la norma, lascia perplessi (e irrita i Paesi esclusi, soprattutto i Paesi emergenti) che questo possa avvenire in una Conferenza delle Nazioni Unite. Il documento, già pubblicato su www.faircoop.net/faircoop, per alcuni analisti superebbe il protocollo di Kyoto arrivando a proporre tagli più sostanziosi per i Pvs e lo spostamento della gestione finanziaria dei programmi di adattamento e mitigazioni nelle mani della Banca Mondiale e non più

Di Paolo Andruccioli il 10/12/2009 alle 14:47 | Non ci sono commenti
01/12/2009
Conversazione al bar: gli zingari
Conversazione al bar.Entro a prendere un cappuccino e non sono affatto allegro visto che è lunedì e la settimana in salita è sempre faticosa. Tra l'altro piove e io sono arrivato con la moto. Bagnato, fin dentro le scarpe, ma questi sono particolari che non contano. Entro: buongiorno, un cappuccino per favore. Al banco ci sono già tre uomini che parlano con il barista. Sono ben vestiti, senza ostentazione. Normali.
Primo uomo: hai sentito di quel dirigente di banca che ha lasciato il lavoro e la famiglia perché ha deciso di fare il barbone?
Non mi dire: ha mollato tutto? Sì, proprio tutto e aveva uno stipendio di tutto rispetto e una bella casa al centro. Anche la famiglia sembrava, da quel che si sa, felice. Ha deciso all'improvviso.
Barista: sì l'ho sentita anche io. Io queste cose non le capisco. Chi glielo ha fatto fare? Aveva, dicono, anche una bella moglie. E ora è sulla strada, libero. Pare che una sera abbia deciso di convovare a tavola tutta la famiglia per fare l'annuncio: io da questa sera vado a vivere per strada.
Secondo uomo: secondo me ci sono situazioni che alla fine non sopporti più. Ti si brucia il cervello, vai in tilt. Troppo stress, troppe responsabilità. Alla fine decidi di mollare tutto. Anche la casa e vai a vivere sotto i ponti.
Primo uomo (rivolto al barista): comunque se lo conosci, questo tizio, fammelo sapere. Se ha lasciato la casa libera ci vado io. Anzi io lo direi a tutti questi s...che decidono di fare i barboni. Non vi interessa la casa? Datela a me, che ci penso io. Io poi, se sono belle queste case ci vado a vivere, se no me le vendo. Mica si scherza oggi con gli alloggi. E poi fare una scelta da zingari...come si fa?
Terzo uomo: quelli poi, gli zingari. Ma lo sapete che hanno arrestato una donna perché andava a chiedere l'elemosina con la figlioletta piccola?
Barista (accompagnato da un sottofondo femminile, la moglie che sta alla cassa): gli zingari io li arresterei tutti. Tante volte provano a entrare in questo bar e sai i calci che si beccano. Una volta una ci ha provato, gli ho fatto fare un fugone che ancora se lo ricorda. Poi c'è anche quel barbone che viene a chiedere sempre l'elemosina, ma vai a lavorare, anche se sei malato. Perché noi non ci ammaliamo ogni tanto?
Primo uomo. io sai che gli farei agli zingari? Beh, ora non ve lo posso dire. Comunque se fosse per me potrebbero tutti morire..
Di Paolo Andruccioli il 01/12/2009 alle 10:34 | C'e' un commento



